Chi ferma le navi
Hormuz chiuso dai pasdaran e bloccato dagli americani, il Golfo che da mediatore è diventato fronte, l'Iraq che cerca un'altra strada verso il mare.
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Il baricentro di questa settimana sta sull’acqua. Sabato la marina dei pasdaran ha dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz; martedì Washington ha ripristinato il blocco navale sui porti iraniani, e giovedì ha spinto i raid fino al nord del Paese; si è arrivati così alla sesta notte consecutiva di attacchi americani. CENTCOM dice di colpire centri di comando, difese aeree e sorveglianza costiera per ridurre la capacità iraniana di disturbare il traffico marittimo. Teheran conta 35 morti e oltre 300 feriti da quando i combattimenti sono ripresi.
Il Golfo, che di questa guerra doveva essere il mediatore, ne è diventato il fronte: è questa la trasformazione dell’anno, molto più della conta dei raid. Giovedì un aereo americano ha fermato con i missili Hellfire una petroliera diretta a Kharg Island.
Nessuna delle due parti dice di voler tornare al tavolo. Quello che si negozia ora è chi ha il diritto di fermare le navi degli altri.
Siamo Laura Silvia Battaglia, Lorenzo Buonarosa e Mirea D’Alessandro.
Iniziamo!
L’Iraq tra la siccità e il cemento
Di Laura Silvia Battaglia
BAGHDAD – Un Paese diviso in due tra la tradizione e la modernità, tra la febbre dell’investimento e la fedeltà all’agricoltura. In mezzo, da un lato c’è la Mesopotamia depredata delle sue bellezze naturali e della sua capacità produttiva, dall’altro una giovane generazione che è stanca di vivere in uno Stato fallito e corrotto.
La piazza principale a Baghdad si chiama Tahrir. Non che non ce ne siano altre, perfino più storiche come quella in cui gli americani abbatterono l’enorme statua di Saddam in favore di telecamere alla fine della seconda Guerra del Golfo. Quella è una piazza irriconoscibile, a partire dai due storici alberghi per gli internazionali, l’Ishtar e il Palestine, soggetti a un restyling totale. Ma Tahrir è la piazza che incarna e interpreta l’Iraq davvero contemporaneo: qui nel 2019, durante la rivoluzione Tishreen, morirono in migliaia e 20mila vennero feriti perché chiedevano un Paese meno corrotto e meno piegato agli interessi sia del vicino Iran che degli Stati Uniti.
Oggi, di quella protesta nella piazza non c’è traccia, trasformata come è in una vetrina per i turisti stranieri, con la fontana multicolore e una Sharazade che emerge dalle acque con sguardo perplesso. Questa Sharazade somiglia prepotentemente a Nidar, la moglie di Abu Haitam: una coppia di agricoltori in un contesto molto tradizionale, otto figli maschi, un terreno prima incredibilmente fertile nelle campagne di Babilonia, e adesso completamente secco. La siccità si è abbattuta su questa famiglia e su tutte le altre della zona dal 2021 in poi. Niente più datteri dalle palme svettanti, né okra dalle piantine gialle rasoterra. Tutto secco.
Allora Abu Haitam, dopo avere richiesto il sostegno sociale (solo 120 dollari al mese per dare da mangiare ai 15 componenti della famiglia) e atteso un raccolto che non arrivava, ha comprato cinque bufale. Con questi animali ci fa il latte per tirare a campare e, appena una è matura abbastanza, la rivende per chiudere l’anno in pareggio.
A Babilonia, nel cuore dell’antica terra dei due fiumi, appunto detta la Mesopotamia, questa è la normalità. Per questo, Abu Haitam si è unito alla protesta degli agricoltori iniziata lo scorso giugno e che prosegue ancora. Denuncia: “Qui non arriva più acqua, soprattutto da quando qui vicino hanno costruito un complesso edilizio di lusso”.
Il complesso – una ventina di villette monofamiliari vendute come l’ultima frontiera della real estate – è stato messo in piedi, dal 2021 a oggi, da Jadel Ghassab, businessman, nato nel 1944 a Babilonia, con una fortuna iniziata dal padre e proseguita poi tra gli Stati Uniti e Dubai. Ghassab è uno dei 36 miliardari non ufficiali del Paese che stanno investendo sempre di più nell’edilizia, oltre che nei tradizionali settori dell’energia e delle infrastrutture viarie, in un Paese che è pronto a una nuova rivoluzione sociale: soprattutto nelle due città capitali, a Baghdad ed Erbil, ma adesso anche a Bassora e Suleymania, le nuove generazioni sognano e cercano trilocali, per staccarsi dalle famiglie allargate e praticare uno stile di vita più simile a quello dei coetanei europei o nordamericani. Il nuovo premier Ali al-Zaidi, anche lui businessman miliardario, è l’incarnazione del nuovo sogno americano. Non sorprende, infatti, che lo chiamino “il Trump iracheno”.
Il Golfo non spende quello che incassa
Di Lorenzo Buonarosa
Tra il 2020 e il 2024 le imprese italiane hanno quasi raddoppiato le vendite nella penisola arabica: da 10 a 18,5 miliardi di euro secondo Istat, più 84 per cento in quattro anni, per tre quarti concentrati su Emirati e Arabia Saudita. Poi è arrivata la guerra tra Stati Uniti e Iran, e il Rapporto Export 2026 di SACE fotografa l’inversione: meno 3,2 per cento per gli Emirati dopo il più 19,3 del 2025, meno 2 per l’Arabia Saudita. È l’unica macro-area in rosso dell’intero documento.
Il meccanismo che trasforma un blocco navale in ordini cancellati passa dal modo in cui il Golfo paga i propri cantieri. Vision 2030 e i piani emiratini si finanziano sul debito: il petrolio è la garanzia che regge il rating — Moody’s assegna a Riad un Aa3 citando riserve e asset del fondo sovrano — e un rating alto è ciò che permette di indebitarsi a basso costo. Con Hormuz chiuso il greggio ha guadagnato quotazione e perso volume: la produzione saudita è scesa da dieci milioni di barili al giorno a meno di sette, l’export verso l’Asia di quasi il 40 per cento nel primo trimestre. Un barile che non parte non produce gettito, e la prima voce a saltare è la spesa: macchinari, impianti, componentistica. Esattamente quello che l’Italia vende. Gli apparecchi elettrici negli Emirati sono dati a meno 13,6%, la meccanica strumentale in calo su entrambi i mercati; gioielleria e pelletteria per ora tengono.
Il 29 marzo NEOM ha esercitato sulle dighe di Trojena la termination for convenience, la clausola che consente di rescindere senza addurre motivo: lavori al 30 per cento, 2,8 miliardi di portafoglio residuo per Webuild. Nello stesso trimestre il PIF collocava sette miliardi di dollari, la sua emissione più grande di sempre, sottoscritta tre volte. Il margine non era esaurito: veniva speso in modo selettivo. Nel budget NEOM 2026-2030, riporta Semafor, sessanta miliardi di riyal servono a pagare i contractor per chiudere gli stessi contratti, mentre quaranta per costruire, quasi tutti su Oxagon, sul Mar Rosso di cui avevamo parlato in un altro pezzo su Golfi.
Dal petrolio ai server — l'Arabia Saudita e la corsa ai data center
di Mirea D’Alessandro e Lorenzo Buonarosa
Il rimbalzo del 2027-28 vive dentro un’ipotesi di normalizzazione a cui SACE assegna il 40 per cento di probabilità. L’8 luglio la tregua è stata dichiarata finita, il 13 due navi sono state colpite nella corsia sud; nei primi diciotto giorni di riapertura transitavano ventotto navi al giorno contro il centinaio di prima della guerra. Per un decennio il prezzo del greggio è stato una variabile che Riad governava. Il volume che passa da Hormuz no: i diciotto miliardi e mezzo che l’Italia vende nella penisola dipendono adesso da qualcosa che nessuno dei suoi committenti controlla.
Esistono alternative? Hormuz è ormai un problema e gli Stati Uniti le provano tutte
Di Mirea D’Alessandro
Ma proprio tutte. Martedì scorso il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha incontrato Donald Trump alla Casa Bianca per discutere, tra le altre cose, della riattivazione di un vecchio oleodotto che dall’Iraq attraversa la Siria fino alle rotte commerciali del Mediterraneo. Il Kirkuk-Baniyas, inaugurato dalla Iraq Petroleum Company nel 1952, per trent’anni ha permesso a Baghdad e Damasco di aggirare lo Stretto di Hormuz sfruttando le rotte del nord: se oggi fosse in funzione, trasporterebbe 300 mila barili al giorno.
Negli anni Ottanta Baghdad lo dismise, quando la Siria si schierò con Teheran nella guerra Iran-Iraq. Riaperto brevemente nei primi anni Duemila, è stato poi danneggiato dall’invasione statunitense del 2003 e dal califfato di Daesh al punto da non essere più operabile. Secondo Bloomberg, ripristinarlo - serbatoi, pompe, impianti elettrici, sistemi di sicurezza lungo l’intero tracciato - costerebbe dai 4 agli 8 miliardi di dollari.
Le tempistiche dipendono dai finanziatori. Il consorzio incaricato dello studio di fattibilità dovrebbe comprendere Chevron e TotalEnergies, TI Capital e la UCC Holding, società qatariota dei fratelli siriani Al Khayyat. Chevron, secondo un suo dirigente citato da Reuters, firmerà venerdì memorandum d’intesa con Baghdad per entrare nei giacimenti di West Qurna 2 - uno dei più grandi al mondo, 460 mila barili al giorno - e Nassiriya; al-Zaidi ha visitato giovedì la sede di Houston. Alla texana KBR è affidata la consulenza tecnica su un’alternativa Bassora-Haditha, con diramazioni verso Turchia e Giordania.
La geopolitica accompagna l’ingegneria. Trump ha annunciato di avere in canna “accordi petroliferi enormi”; al summit NATO di Ankara ha definito il presidente siriano Ahmad al-Sharaa “un uomo altamente rispettabile”, mentre al-Zaidi è la figura che potrebbe aiutare Washington a contenere la galassia delle milizie filo-iraniane, radicate sul territorio e in parte ostili a Damasco. E Baghdad ha ragioni proprie: secondo Middle East Eye è tra i paesi più vulnerabili alla stretta iraniana, perché pur essendo il secondo produttore OPEC non riesce a esportare. Vortexa calcola che a maggio le esportazioni via mare valessero l’8 per cento della media dell’anno precedente, in un paese dove il petrolio è il 90 per cento del bilancio statale.
Resta il rischio. Ottocento chilometri di tubo tra Iraq e Siria attraversano territori dove il sabotaggio da parte di gruppi e milizie è un’ipotesi concreta, e la disponibilità dei governi a fare affari con i consorzi stranieri non lo cancella. Il Financial Times riporta però che Chevron e Iraq sono in trattative avanzate per un consorzio che riattivi e amplii la rete esistente.
La rassegna stampa di Golfi
1. “Az-Zaidi tornerà un presidente più forte, o si scatenerà la battaglia per rovesciarlo?”
Al-Mada (quotidiano indipendente iracheno), 15 luglio. Reportage da Baghdad di Tamim al-Hassan.
Mentre Ali al-Zaidi entrava alla Casa Bianca con 27 tra ministri e funzionari e oltre 30 imprenditori, le fazioni armate irachene erano pronte a colpire: l’escalation tra Washington e Teheran ha riacceso in loro la convinzione che l’Iraq resti un campo di battaglia per procura. A Baghdad in molti pensano che la vera prova per il premier non sia a Washington ma al ritorno — o consolida il governo, o l’Iran lo rovescia. L’ex parlamentare Mithal al-Alusi legge nell’accoglienza americana un sostegno esplicito alle riforme, ma liquida la delegazione come l’ennesima vetrina del sistema delle quote, mentre Trump attenderebbe un cambiamento radicale. Il dossier decisivo resta quello delle armi: fonti vicine alle milizie dicono di temere una trappola nel disarmo e dubitano della scadenza del 30 settembre per il ritiro americano.
2. “Le preoccupazioni giordane sul tavolo degli americani”
Al-Quds al-Arabi (UK-Qatar), 15 luglio. Commento del caporedattore di Amman, Bassam Bdareen.
Le visite di Bezalel Smotrich nella Valle del Giordano e l’uso ossessivo del termine “Fronte Orientale” — secondo fonti giordane Netanyahu lo avrebbe pronunciato più di 17 volte in un anno — vengono lette ad Amman come la fabbricazione deliberata di una minaccia. L’analista Sinan Shaqdih parla di ricatto per giustificare installazioni militari nella valle; il militare Nidal Abu Zeid definisce “menzogne” la tesi del contrabbando di armi iraniane attraverso il confine orientale, funzionale a preparare l’annessione della Cisgiordania. Il ministro degli Esteri Ayman Safadi, a porte chiuse, la chiama “una manovra trasparente”. La Giordania vuole ricordare agli americani che annessione e retorica del fronte orientale farebbero deragliare l’Accordo di Wadi Araba, e pretende una risposta chiara: dopo 32 anni di pace, se Washington sia disposta a tollerare l’indebolimento dello Stato giordano.
3. "Il rapporto tra gli Houthi e l'Iran è entrato in una nuova fase?”
Arabi21, 13 luglio. Reportage da Aden di Ashraf al-Fallahi.
La comparsa pubblica a Sana’a dell’ambasciatore designato iraniano Ali Rezaei — accreditato presso un’autorità che nessuno riconosce — e la violazione della no-fly zone da parte di un aereo iraniano il 3 luglio, celebrata dagli Houthi come una “grande vittoria”, segnano il passaggio a una fase di sfida esplicita a Riad. Per l’analista yemenita Ahmed al-Zarqa non si tratta di un passaggio dall’occulto al palese: l’alleanza era nota, l’Iran l’ha semplicemente imposta come fatto compiuto, dopo anni di armi, addestramento e reti di finanziamento gestiti tramite Forza Quds e Hezbollah. Il calcolo di Teheran è geografico: con il confine saudita, Bab al-Mandab e la capacità di minacciare aeroporti e rotte, gli Houthi sono il braccio che affianca Hormuz all’ingresso del Mar Rosso. La scommessa americana e saudita di separarli dall’Iran, conclude, era “un ingenuo desiderio politico”.




