Zero per cento
La fiducia di Teheran in Washington. La credibilità residua di un annuncio. Il riempimento degli invasi di Raqqa.
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Teheran ha annunciato di aver concordato con Mascate le coordinate di nuove rotte nello Stretto di Hormuz: ingresso dalle acque iraniane, uscita da quelle omanite, riapertura temporanea per sessanta giorni, avallo dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Ma non è una riapertura. Il blocco navale americano sui porti iraniani resta, Teheran ne chiede la revoca come precondizione, Washington fa sapere che sosterrà solo un’intesa senza impedimenti né tariffe. Donald Trump ripete che i negoziati diretti sono già cominciati; il ministero degli Esteri iraniano lo smentisce da giorni, e ribadisce che l’unico tavolo aperto è quello con l’Oman.
Intorno al negoziato, la pressione politica. Attraverso una serie di contatti ad alto livello, l’Iran ha avvertito gli Stati del Golfo che un nuovo attacco americano si tradurrebbe in rappresaglie contro le infrastrutture energetiche regionali: elettricità e acqua. Il 30 luglio Riad ha risposto a modo suo, annunciando una coalizione marittima a quattordici Stati per Bab al-Mandeb, il Mar Rosso e il Golfo di Aden.
In questo numero: Laura Silvia Battaglia ricostruisce come Riad sia tornata a essere l’ago della bilancia della regione, tra telefonate alla Casa Bianca, riarmo e Yemen; Mirea D’Alessandro segue il filo delle marce indietro di Trump su Hormuz, tra limiti logistici e perdita di credibilità, mentre Lorenzo Buonarosa racconta gli investimenti del Golfo - 240mila ettari siriani affittati al Qatar sull’Eufrate, in un bacino che oscilla tra riserva zero ed esondazione.
Iniziamo!
L’ago della bilancia saudita
Di Laura Silvia Battaglia
Lo scorso 23 gennaio 2025, Sua Altezza Reale il Principe ereditario nonché primo ministro saudita Mohammed bin Salman, alzava la cornetta e chiamava il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump. La telefonata, come ci racconta l’organo ufficiale dei ministeri sauditi, iniziava con le congratulazioni del Custode delle Due Sacre Moschee, re Salman bin Abdulaziz Al Saud, che augurava al presidente e al popolo americano il meglio, in occasione dell’insediamento del neo-eletto Trump. Temi della conversazione: promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità in Medio Oriente, rafforzare la cooperazione bilaterale nella lotta al terrorismo, nonché partenariati e investimenti nei successivi quattro anni per un minimo di 600 miliardi di dollari.
A distanza di un anno e mezzo, la telefonata di una settimana fa del principe al presidente è altra cosa. Le congratulazioni del re Salman passano in secondo piano e si va subito al dunque: il principe tira le orecchie a Trump e sottolinea l’importanza del dialogo e della necessità di evitare un’escalation del conflitto con l’Iran, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale saudita, e ripetuto - non senza scorno - dai media israeliani.
Il principe ereditario “ha evidenziato la necessità di dare priorità al dialogo per allentare le tensioni e l’importanza di compiere ogni sforzo possibile per raggiungere una tregua che apra la strada a soluzioni diplomatiche”, afferma l’agenzia di stampa saudita. E ha espresso le sue preoccupazioni motivate sul fatto che la regione “sta per essere trascinata in un conflitto più ampio, le cui ripercussioni comprometterebbero la sicurezza e la stabilità regionale e internazionale”.
La telefonata del principe è stata molto convincente se il risultato successivo è stato la sospensione degli attacchi americani già pianificati su Teheran per consentire la definizione di un accordo di tregua. In caso contrario, l’Iran avrebbe risposto con contro-attacchi mai visti prima a tutte le infrastrutture energetiche del regno saudita e di altri Paesi del Golfo. Si paventava anche un attacco a Israele e un lancio dimostrativo di missili verso i confini europei: su Cipro, con maggiore probabilità.
L’azione saudita, lì quando stava per accadere l’irreparabile, dimostra ancora una volta che Riad desidera riconfermarsi come l’ago della bilancia della Lega Araba e che spinge a prendere in mano la situazione i regni e gli alleati più inclini a farlo, per tradizione o per neo-investitura (Pakistan, Oman, Qatar).
La strategia saudita punta a lasciare la gestione del quadrante mediorientale in mano ai Paesi del Golfo, cercando di limitare al massimo l’azione statunitense, percepita da molti come strutturalmente estranea, nonostante abbiano concesso a Washington, da anni, stanza e appoggio nella regione, e ritenuta dall’Iran totalmente ostile. Secondo questa strategia, limitando o gestendo l’azione statunitense, l’unica entità con cui relazionarsi in modalità di generica ostilità resta Israele, soprattutto se deciderà di procedere nella guerra contro l’Iran in autonomia, come sembra sia intenzione di Bibi Netanyahu, se riconfermato alle prossime elezioni nazionali.
Nel frattempo, i sauditi preparano il terreno della deterrenza acquistando armi, investendo in produzione home made, implementando accordi con aziende europee e italiane e, sul piano della Difesa, mixando oculatezza e aggressività.
Sui mari annunciano la nomina del comandante di un’alleanza multinazionale per la difesa marittima, incaricata di proteggere la libertà di navigazione nello Stretto di Bab al-Mandeb, nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden: è il contrammiraglio Abdullah bin Salem Al-Shehri che supervisionerà la difesa navale congiunta, coordinerà le attività con gli Stati membri e le altre coalizioni marittime e svolgerà missioni in base allo statuto della coalizione. I Paesi coinvolti, nella coalizione costituita lo scorso 30 luglio, sono Bahrein, Bangladesh, Comore, Gibuti, Egitto, Giordania, Kuwait, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Turchia e Yemen del Sud. Il Ministero della Difesa saudita ha descritto la coalizione come “un organismo internazionale aperto che accoglie l’adesione di tutti i Paesi che condividono i suoi obiettivi e principi”, con prima riunione di pianificazione il 12 agosto prossimo.
Per terra, i sauditi decidono di prendere il toro più pericoloso per le corna. Si tratta degli Houthi yemeniti, attivi per mare, sulle stretto di Bab al-Mandeb, e per terra all’interno del territorio yemenita. Gli attacchi Houthi alle petroliere saudite, il blocco alle stesse lungo il canale, e i recenti attacchi con droni e missili ai campi delle truppe saudite che sostengono le yemenite lealiste nei governatorati yemeniti di Marib e Hadramout, indicano che il confronto è aperto e che la ferita della guerra in Yemen si riapre. Oggi più che mai è chiaro che si tratta di una guerra regionale praticata sul suolo yemenita, facile moneta di scambio per interessi assai più consistenti. In virtù di questo e nell’intenzione di dare un segnale trasversale all’Iran, i sauditi stanno preparando ulteriori azioni di terra contro gli Houthi, al confine Nord, nella regione di Jizan e Sa’ada e negli altri governatorati yemeniti lungo la linea di confine a Est (Seyoun, Mahra).
Infine, c’è la questione morale sulla quale, quel che non può fare l’empatia umana, invece può fare il dovere formale. La Giordania, nell’arco di 48 ore, ha convocato un incontro d’urgenza con i ministri degli Esteri dei Paesi della Lega araba e del mondo islamico, mostrando chiara preoccupazione nei confronti della minaccia, sempre più concreta e “imminente” di occupazione israeliana del sito islamico più importante di Gerusalemme, la moschea di al-Aqsa, con il potenziale di “scatenare un conflitto religioso” senza precedenti. L’avvertimento dei giordani nasce dalla constatazione di una crescente ondata di incursioni, sostenute dal governo israeliano, da parte di estremisti religiosi ebrei nel complesso intorno alla moschea di al-Aqsa e alla Cupola della Roccia, in violazione del trattato sullo status quo supervisionato dalla monarchia hashemita giordana, in base al quale solo i musulmani possono pregare nel sito. Lo scorso 23 luglio oltre 2mila israeliani della destra religiosa – per lo più coloni guidati dal ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir – hanno preso d’assalto l’area, nota agli ebrei come Monte del Tempio. Hanno pregato e compiuto rituali in tutto il complesso, in quella che i funzionari giordani hanno definito la peggiore violazione della storia moderna. Durante la riunione dei ministri degli Esteri, le dichiarazioni del ministro saudita - il Paese custode dei primi due siti della fede islamica - non potevano non assumere particolare importanza.
Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha affermato che la Giordania ha un “ruolo storico” nella protezione dei luoghi santi di Gerusalemme, ha esortato la comunità internazionale ad adottare misure concrete per fermare le violazioni israeliane nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, ha aggiunto che l’Arabia Saudita condanna le “continue violazioni” ad Al Aqsa, respingendo l’uso della libertà di culto per giustificare una “nuova realtà politica e di occupazione” a Gerusalemme. Infine, ha detto che considererà le prossime ulteriori violazioni una linea rossa invalicabile perché “proteggere Gerusalemme è la pietra angolare per una pace duratura nella regione”.
In molti attendono il momento in cui la difesa della terra palestinese non sarà più una formalità per Riad ma assumerà - come sembra sempre più probabile e inevitabile - un ruolo prioritario per garantirle la piena rispettabilità dell’Arabia Saudita come Stato leader della Regione.
Sentinelle in panchina?
Di Mirea D’Alessandro
Se un politico rilascia così tante dichiarazioni contrastanti in così poco tempo, quand’è che smette di essere credibile? Da febbraio la strategia della Casa Bianca è sempre la stessa: minaccia, poi passo indietro. Dopo l’ennesimo ciclo di avvertimenti a Teheran, lunedì Trump ha annunciato colloqui diretti facilitati da mediatori. Poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano lo ha smentito: gli unici negoziati aperti sono quelli con l’Oman sulla gestione dello Stretto di Hormuz.
È lì che si gioca il punto concreto della settimana. L’obiettivo è riaprire Hormuz in sicurezza senza consegnarne il controllo esclusivo a Teheran: rotte condivise, decise da entrambi i Paesi, e una tariffa di servizio. Una fonte iraniana ha detto a Reuters che l’Iran punta al controllo del traffico in entrata e alla visibilità su quello in uscita, con facoltà di intervento. Araghchi parla di “un meccanismo che tuteli i nostri interessi” e ha informato l’omologo saudita Faisal bin Farhan. Washington, per ora, sta a guardare — e proprio per questo Teheran non esclude un nuovo blocco marittimo.
Perché il passo indietro? Anche per ragioni logistiche. Poco prima dell’annuncio il generale Alexus Grynkewich ha segnalato al Pentagono la carenza di cacciatorpediniere: non abbastanza navi da guerra per proteggere Israele dai balistici e coprire insieme gli altri impegni della Marina. È come giocare a Risiko — una nave in più nel Golfo è una nave in meno in Europa o nell’Indo-Pacifico — e Teheran punta proprio a far disperdere le forze del nemico, facendogli consumare intercettori costosi con armi che costano poco.
Poi c’è la strategia: il CENTCOM ha chiesto ai suoi analisti idee “creative e non convenzionali”, Dan Cain ripete che la sola potenza aerea non basterebbe. Ma il nodo resta lo stile negoziale: come osserva Sultan Barakat ad Al Jazeera, annunciare il risultato prima di averlo raggiunto erode credibilità davanti alla controparte e ai propri cittadini. E a un tavolo dove nessuno si fida, la credibilità è l’unica moneta che conta.
Terra in affitto
Di Lorenzo Buonarosa
Il 31 luglio The National ha dato la notizia da Damasco: Baladna Food Industries avvia un progetto agricolo e di trasformazione alimentare da 3,3 miliardi di dollari su 2.400 chilometri quadrati, pari all’1,3% della superficie siriana, nel bacino dell’Eufrate. Cotone, grano e zucchero a est, ortofrutta sulla costa, un caseificio al centro.
Non è un caso isolato: i Paesi del Golfo importano circa l’85% del cibo che consumano e da quindici anni comprano terra all’estero. La Siria offre suolo fertile, un fiume, manodopera formata e — dopo la caduta di Assad e la revoca delle sanzioni — demanio in concessione a prezzi bassi. In cinque settimane il quartiere fieristico di Damasco ha ospitato tre fiere e altrettante tornate di firme, con tre strategie distinte: il Qatar prende la terra, gli Emirati la logistica, l’Arabia Saudita gli impianti già esistenti.
Il problema è l’acqua, e non è la media annua: è l’oscillazione. A settembre 2025 gli invasi erano allo 0% a Raqqa e Deir ez-Zor, al 10% a Hasakah, con l’agricoltura a coprire l’88% del consumo idrico nazionale. La stagione 2024/25 è stata la peggiore in quarant’anni: 900mila-1,1 milioni di tonnellate di grano su un fabbisogno di quattro. Poi il 2026 ha ribaltato il quadro - piogge sopra media, sfioratori aperti per la prima volta in trent’anni, 8.000 sfollati. E la portata al confine non la governa Damasco: la decide Ankara, che il protocollo del 1987 impegna a garantire 500 metri cubi al secondo, contro i 300 misurati negli anni di siccità.
Intorno all’acqua, tutti gli altri costi: diesel a 0,88 dollari al litro dopo un rincaro del 17-29%, fertilizzanti cari, terreni contaminati da ordigni inesplosi, prezzo statale di ritiro del grano fermo a 46mila lire a tonnellata, sotto i costi di produzione. La formula comune a ogni accordo è il contract farming: l’azienda garantisce l’acquisto e fornisce gli input, l’agricoltore mette terra e lavoro. In un bacino che oscilla tra riserva zero ed esondazione, il costo di un’annata persa ricade su chi ha seminato, non su chi ha firmato il contratto d’acquisto.
La rassegna stampa di Golfi
1. Barzani a Damasco, intese politiche ed economiche, messaggio di rassicurazione da Zaidi a Sharaa
di Suzanne Taher — Al-Mada (quotidiano indipendente, Iraq), 5 agosto
Nel reportage da Erbil, la visita di Nechirvan Barzani a Damasco viene letta come l’apertura di una fase nuova. Il presidente della Regione del Kurdistan è arrivato su invito ufficiale di Ahmed al-Sharaa e ha discusso l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane nell’esercito, l’attuazione dell’accordo del 29 gennaio, la riapertura dei valichi di frontiera a partire da Semalka e il ripristino dell’oleodotto verso il porto di Banias. Barzani ha portato con sé anche un messaggio del premier iracheno Ali al-Zaidi: Baghdad garantisce che l’Iraq non rappresenterà una minaccia per la Siria e che le fazioni armate non compiranno attacchi. Ma il cuore della visita è economico. Con Hormuz chiuso e l’Iran fuori gioco, spiega il ricercatore Othman Karim, la Siria diventa la porta d’accesso alternativa per l’import curdo, riducendo la dipendenza dalla Turchia, e Banias potrebbe tornare a esportare oltre un milione di barili al giorno. Erbil, intanto, si prepara a ospitare il primo consolato siriano nella Regione.
2. Kuwait e Stati Uniti: il giorno dopo
di Nayef Salem — Asas Media (sito web privato), 5 agosto
Un bilancio di quel che resta del partenariato tra Kuwait e Stati Uniti dopo cinque mesi di guerra. Dal 28 febbraio il Kuwait è, insieme al Bahrein, il Paese del Golfo più colpito: secondo le statistiche ufficiali diffuse il 16 luglio ha incassato 1.002 droni, 387 missili balistici e 25 missili da crociera, che hanno raggiunto l’aeroporto internazionale, centrali idriche ed elettriche, impianti petroliferi e siti militari. La visita di Marco Rubio del 24 giugno, con la riapertura dell’ambasciata e il Kuwait definito “partner indispensabile”, è stata il primo segnale di riavvicinamento, ma quello che rassicurava prima della guerra non basta più. A Kuwait City pesano tre clausole del memorandum tra Washington e Teheran — l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco, il ruolo iraniano nel garantire il passaggio delle navi, l’impegno americano a un piano da 300 miliardi per la ricostruzione dell’economia iraniana — e le indiscrezioni del Wall Street Journal sul ridimensionamento della presenza militare americana. Sullo sfondo, un fondo nazionale d’emergenza da 100 milioni di dollari e una domanda che nessuno formula ad alta voce: contribuire a ricostruire chi ti ha attaccato.
3. I leader del Golfo hanno giocato un ruolo chiave nel convincere Trump a rinunciare al suo “promesso” attacco devastante contro l’Iran?
di Abdul Bari Atwan — Rai al-Youm (quotidiano online), 3 agosto
Un editoriale durissimo sulla ritirata di Trump dall’annunciato “più grande attacco dalla Seconda Guerra Mondiale”. Atwan registra la smentita del portavoce iraniano Ismail Baghaei sull’esistenza di negoziati diretti con Washington e rilegge cinque mesi di minacce come una sequenza di obiettivi mancati: resa dell’Iran, cambio di regime, smantellamento del programma nucleare e dell’industria missilistica. Il pretesto offerto dal presidente — le pressioni degli alleati del Golfo, con Mohammed bin Salman in testa — viene però preso sul serio nella sostanza. Una nuova rappresaglia iraniana, avverte, non si fermerebbe alle basi americane ma colpirebbe le infrastrutture civili, centrali elettriche comprese, in un’estate che supera i cinquanta gradi. Da qui la lettura del ridimensionamento delle basi in Kuwait e Bahrein come una ritirata mascherata, e il richiamo ai precedenti di Saigon e Kabul: quelle basi, sostiene Atwan, sono ormai un peso strategico più che una protezione, non avendo saputo difendere né i Paesi ospitanti né se stesse.





